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Con oltre 21 milioni di piante d’olivo, la Sicilia incide per circa il 15% sul totale nazionale e si colloca al terzo posto dopo la Puglia e la Calabria. La coltura interessa una superficie di circa 157.700 ettari e rappresenta quasi il 10% della S.A.U. e il 53% della superficie investita a colture arboree. Negli ultimi anni tale superficie è andata incrementandosi e ciò in considerazione di diversi aspetti: a) mancanza di alternative, dopo la crisi della viticoltura, della frutticoltura e dell’agrumicoltura; b) carenza di risorse idriche, con conseguente scelta di colture a più basse esigenze idriche; c) semplicità di gestione della coltivazione che ben si concilia con la polverizzazione aziendale, l’agricoltura part-time, il basso livello di professionalità imprenditoriale, la richiesta di manodopera saltuaria e concentrata in brevi periodi dell’anno; d) rinnovato interesse per l’olio extravergine d’oliva, quale risposta ai bisogni di una dieta sana che esalti la cucina locale. La produzione siciliana di olive si attesta sui 250 – 280 mila t, di cui 42 mila t circa vengono trasformate in olive da tavola. Le aziende a indirizzo olivicolo risultano 170.612 pari al 42.3% del totale regionale. Il peso che questo settore determina nell’ambito della realtà economica e sociale dell’agricoltura regionale è notevole, tenuto conto che può essere stimato intorno a 280 miliardi di Lire, cui vanno aggiunti 100 miliardi di aiuto comunitario alla produzione per l’olio e l’oliva da tavola trasformata. Il settore, limitatamente alla sola fase produttiva, fornisce opportunità di lavoro per circa tre milioni di giornate lavorative l’anno. Nell’isola, la coltivazione dell’olivo è localizzata per circa il 63% il collina, per il 19% in montagna, mentre la rimanente quota pari a circa il 18% è localizzata in zone di pianura. L’olivicoltura è caratterizzata da estrema eterogeneità: accanto a realtà contrassegnate da vecchi impianti con spiccata alternanza di produzione, ridotta capacità produttiva e difficoltà di meccanizzazione delle operazioni colturali, si possono riscontrare modelli ad alta specializzazione ed elevata efficienza aziendale. La struttura aziendale è caratterizzata di frequente da aziende di modeste estensioni e da frammentazione più o meno spinta: l’82% di esse, infatti, non supera i 5 ettari di estensione, sottende il 49.4% della superficie e contribuisce con circa il 36% alla totale produzione regionale di olive; secondo i dati censuari, l’ampiezza media dell’azienda in Sicilia è pari a 0.71 ettari. Il patrimonio varietale è costituito oltre che da numerosi ecotipi, diffusi soprattutto nei vecchi impianti come impollinatori, da una ventina di varietà di pregio che costituiscono la maggior parte degli oliveti più razionali. Tra le varietà principali ne riscontriamo di ottime sia per la produzione di olio sia per il prodotto da mensa, e, inoltre, qualcuna a duplice attitudine di ottime caratteristiche qualitative. Il patrimonio varietale, accompagnato al caratteristico clima mediterraneo e alla natura dei terreni, determinano caratteristiche uniche agli oli extra vergini, che si distinguono per un fruttato d’oliva con sensazioni intense che gli conferiscono una spiccata tipicità. Le più diffuse varietà da olio sono autoctone; infatti, per la grande adattabilità ambientale, per la soddisfacente resa in olio e per la qualità del prodotto, poco spazio è concesso alle varietà alloctone sia di provenienza extra regionali sia estera. Ciascuna area di coltivazione è contraddistinta da una particolare varietà che per ciò ne caratterizza il prodotto. Accanto a quella principale riscontriamo sovente una o più varietà minori che garantiscono una buona impollinazione e un prodotto plurivarietale di peculiari caratteristiche organolettiche. Superficie olivicola e varietà più diffuse per provincia nella regione Sicilia
Complessivamente in Sicilia sono destinate annualmente (media 1988-1996) alla oleificazione 250.000 t circa di olive che forniscono 52.500 t di olio (resa 21%); a fronte di un consumo stimato pari a circa 65.000 t, la nostra regione risulterebbe non auto sufficiente con un tasso di auto approvvigionamento dell’80% appena. La coltivazione dell’olivo, pur essendo presente in modo quasi ubliquitario in tutte le province siciliane, assume dimensioni economiche più considerevoli in alcune aree, dove ne caratterizza sovente l’indirizzo colturale e l’assetto del territorio. Le province maggiormente interessate alla coltivazione dell’olivo sono quelle di: Agrigento, Messina, Palermo, Trapani, Enna e Catania. Ognuna di queste province supera almeno i 13.000 ettari di oliveti, per una superficie complessiva di 130.700 ettari di oliveti, pari all’83% dell’intera superficie olivicola siciliana. Relativamente alla distribuzione territoriale della produzione di olive, facendo sempre riferimento alle medie del periodo 1988-1996 e secondo i dati ISTAT, emerge soprattutto il ruolo assunto dalle province di Agrigento e Trapani, dove con una produzione di oltre 80.000 t si concentra il 33% della produzione totale regionale; seguono le province di Palermo e Messina che assieme producono il 29% del totale. Al quinto e sesto posto si inseriscono le province di Catania e Siracusa con il 24% del totale. Complessivamente, quindi, nelle suddette sei province si concentra 85% della totale produzione olivicola siciliana. Dal punto di vista pedologico l’olivicoltura è diffusa su terreni di natura piuttosto eterogenea. I migliori oliveti si sviluppano da epoca antica in terreni di diversa pedologia; buoni risultati produttivi si riscontrano nelle cosiddette pianure alluvionali, nei terrazzi alluvionali, nei terrazzi marini, nei rilievi collinari costituiti da marne e calcari marnosi. Oggi, per le cause sopra citate, l’aumento delle superfici olivicole ha interessato i rilievi collinari argillosi e le aree a morfologia piana a tessitura fine con risultati produttivi scarsi. Le pratiche colturali dedicate all’oliveto sono molto disomogenee nelle diverse realtà locali. Frutto di consuetudini tramandate nel corso dei secoli, le tecniche si sono evolute e adattate molto lentamente ai più recenti criteri dettati dalla ricerca e sperimentazione. Pertanto, accanto a modelli efficienti e razionali, troviamo oliveti coltivati in maniera non appropriata. Gli oliveti per quanto attiene la forma di allevamento sono molto diversificati; gli impianti d’età più elevata sono generalmente a forma libera o a vaso con impalcatura alta, con evidenti problemi di meccanizzazione della raccolta e della potatura. Per quanto riguarda la fase della trasformazione, secondo i dati desunti delle elaborazioni ISMEA su dati AGECONTROL e AGEA, l’industria di molitura delle olive è presente in Sicilia con 685 unità locali, la maggior parte delle quali è costituita da imprese private. Circa il 60% dei frantoi ha una capacità di lavorazione compresa tra i 40 e 100 quintali di olive in otto ore di lavorazione; questa quota di strutture trasforma il 55% della produzione totale di olive. Il 28% di frantoi non riesce a lavorare più di 40 q.li di olive – sempre nelle otto ore – riuscendo a trasformare appena il 13% della produzione totale. I frantoi più grandi ed efficienti sono il 12% circa, la loro potenzialità lavorativa supera i 100 q.li in otto ore, queste strutture lavorano circa un terzo della produzione. I frantoi iniziano l’attività verso la seconda decade di ottobre e raggiungono il massimo dell’operatività tra la seconda metà di novembre e la prima metà di dicembre; generalmente la campagna olearia non si protrae oltre la prima decade di gennaio. Nelle cosiddette annate di carica produttiva la campagna di lavorazione si prolunga di qualche settimana. Quanto alle tecnologie di estrazione dell’olio è da sottolineare come risultano ancora prevalenti quelle di tipo tradizionale (il 73% del totale), anche se è presente la tendenza ad orientarsi verso quelle a “ciclo continuo” a tre e a due fasi. Tra i punti più deboli della filiera olive – olio rientra certamente la fase commerciale non ben organizzata. Carenti, quasi in tutte le aree, le azioni di accorpamento dell’offerta e ancora troppo scarsa la quantità di prodotto confezionato. Le precarie figure commerciali presenti non sempre sono in grado di fronteggiare un mercato detenuto da grandi organizzazioni economiche. Il prezzo di mercato dell’olio vergine ed extra vergine d’oliva tende a livellarsi sul piano mondiale e, probabilmente, tornerà ancora a scendere. Le imprese siciliane risentono molto della nuova economia, a causa soprattutto delle ridotte dimensioni economiche delle aziende, delle carenze strutturali, dello scarso accorpamento dell’offerta. Per fronteggiare questa situazione negli ultimi anni molte aziende produttrici siciliane sono passate dalla vendita di prodotto sfuso a quella dell’olio imbottigliato; tale scelta ha comportato oltre ad un forte impiego di risorse, superiori capacità imprenditoriali. Gli sforzi profusi da questi imprenditori hanno concretamente ricevuto riscontro nei più prestigiosi concorsi per gli extra vergini nazionali ed esteri. Da ciò la spinta propulsiva per molti altri operatori del settore che con sempre maggiore intraprendenza imprenditoriale affrontano il difficile mercato dell’olio extra vergine d’oliva. Nelle ultime edizioni del catalogo regionale degli oli d’oliva, edito dall’Assessorato Agricoltura, si è, infatti, assistito a un incremento esponenziale del numero di aziende produttrici – imbottigliatrici. L’olivicoltura nella provincia di Agrigento La superficie maggiormente interessata all’olivicoltura ricade nei territori Comunali dell’area saccense, ma si può notare che in tutti i Comuni della provincia, la superficie olivetata occupa una porzione abbastanza estesa della S.A.U. Secondo lo schedario oleicolo nazionale in provincia si coltivano 4.194.308 piante che occupano una superficie di 24.900 ettari pari rispettivamente al 20% e al 15,8% del totale regionale. La base varietale è costituita da poche varietà: la Biancolilla, 45-50%, la Cerasuola, 15-20%, la Nocellara del Belice, 15-20%, e, inoltre, una serie di varietà minori: Giarraffa, Moresca, Tonda Iblea, Coratina, Carolea, ecc. Agli oliveti è riservata in genere una buona tecnica colturale; nelle aree di più elevata diffusione le cure colturali sono razionali con rese medie annue di 4-5 t/ha e punte massime di 12-15 t/ha. Si ottiene in genere olio di buona qualità, con fruttato di oliva di media intensità, sensazioni di foglia, erba, carciofo, pomodoro, amaro e piccante, variabili in relazione al prevalere dell’una o dell’altra varietà. Inoltre, per l’olivicoltura provinciale hanno un ruolo fondamentale sia le istituzioni pubbliche sia le associazioni. I diversi programmi di: assistenza tecnica, divulgazione, ricerca e sperimentazione, hanno portato ad un generale miglioramento della qualità delle produzioni ed un’ abbassamento dell’impatto ambientale dell’attività oleicola.
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